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Il 3 novembre a Hong Kong, la città dove abito da tanti anni, sarà processata l’avvocata Chow Hang-tung, accusata di intenti sovversivi per aver «sfruttato una data ‘sensibile’ tramite dei post online». Chow Hang-tung ha quarant’anni ed era la presidente dell’Alleanza di Hong Kong, il gruppo che, ogni 4 giugno al Parco di Victoria, organizzava la veglia a lume di candela in memoria della repressione sanguinosa delle proteste di Tian’anmen del 1989. Il gruppo, che fin dall’inizio sosteneva i movimenti patriottici e democratici in Cina, si è dovuto sciogliere dopo che nel 2020 Pechino ha imposto la legge sulla sicurezza nazionale per mettere fine alle manifestazioni pro-democrazia che avevano scosso Hong Kong l’anno precedente.

Per quanto rimangano differenze significative, oggi dal punto di vista delle libertà politiche Hong Kong è molto più simile al resto della Cina e chi, come Chow, si impegnava per il pluralismo politico e le verità storiche si trova a fare i conti con una giustizia che descrive le critiche al governo come tradimento e sovversione. La memoria devastante di Tian’anmen, di cui Hong Kong si era fatta carico, non può più essere pubblica. Erano veglie importanti per la città, che con quell’appuntamento annuale affermava di essere ancora libera, ma anche per me, perché nel 1989 studiavo all’Università Normale di Pechino e fui testimone dell’ingresso dell’esercito e dei carri armati nella capitale cinese, e della loro brutalità.