Da un lato i dazi voluti dall’amministrazione americana Trump, sommati alla svalutazione del dollaro. Dall’altro il balzello occulto imposto dal sistema Ets (Emission Trading System) che pesa ulteriormente per il 15 per cento. Sullo sfondo, uno scenario caratterizzato dall’avanzata dei produttori indiani, che possono agire sulla leva del prezzo (7 dollari al metro quadrato contro gli oltre 17 della piastrella italiana) grazie ai bassi costi produttivi e che in Europa dal 2018 hanno aumentato le vendite del 235%. L’industria ceramica italiana resta prima nel mondo. Un primato in termini di sostenibilità, innovazione tecnologica e design che l’anno scorso, con 248 aziende per un totale di quasi 26mila addetti, tra piastrelle, ceramica sanitaria, stoviglieria, materiali refrattari e imprese di laterizi (le vendite di queste ultime sono però circoscritte al solo mercato italiano), l’ha portata a un fatturato totale che sfiora i 7,6 miliardi, con le sole piastrelle a quota 6 miliardi. Eppure le criticità sono tante.

Con l’accordo dello scorso luglio tra gli Usa e l’Unione europea è finita la fase dell’incertezza – grande nemica delle imprese – che aveva frenato o addirittura immobilizzato gli importatori. «Ma con i dazi al 15%, alcuni punti percentuali in più rispetto ai precedenti che oscillavano tra l’8 e il 10%, è evidente che siamo penalizzati – dice Vittorio Borelli, vicepresidente di Confindustria Ceramica -. Per le nostre aziende, che operano su un segmento premium rispetto ad altri Paesi europei, i dazi incidono di più. Per esempio, con una maggiorazione di 1,2 euro al metro quadrato del prodotto trasportato a casa del cliente rispetto a quello spagnolo. Se aggiungiamo il cambio sfavorevole con il dollaro ne usciamo con le ossa un po’ rotte. Adesso abbiamo certezze ma rischiamo una perdita di competitività».