L’annuncio in pompa magna (ma non MAGA) del diciannovesimo pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia dovrebbe far scattare l’allarme rosso fuoco sul quadrante del ridicolo. Perché è una implicita ammissione che i precedenti 18 siano stati un assortimento di vacuità parolaie.

Non tanto perché le sanzioni non siano efficaci, come starnazzano le oche del Cremlino (che però stranamente ne intimano la cancellazione), ma perché l’efficacia dipende dal rigore con cui vengono applicate. Se si tollerano le triangolazioni sfacciate attraverso paesi tipo Armenia, Kazakhstan, Kyrgyzstan o Turchia, se si chiudono gli occhi di fronte alle relazioni pericolose degli armatori greci, se si continua ad essere gli utilizzatori finali degli idrocarburi raffinati o greggi di provenienza russa ci si espone al ludibrio planetario. E addirittura si fornisce su un vassoio d’oro zecchino a Trump l’occasione per una energica (per quanto pretestuosa) tirata di orecchie via Truth contro l’ipocrisia e la vergogna di chi con una mano emette grida sanzionatorie, mentre con l’altra spedisce o incassa bonifici dal regime putiniano. E per colmo di codardia ancora non espropria i 300 miliardi sequestrati dal 2022 alla banca centrale russa.