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La violenza politica non è scomparsa del tutto, però. È sopravvissuta assumendo soprattutto una veste etica: non più strumento di un progetto politico, è diventata un modo per esprimere odio

C'è violenza politica e violenza politica, e quella del Novecento è stata molto diversa dall'attuale. Ben più intensa e diffusa, ma pure assai più ambiziosa. Più e meno pericolosa al tempo stesso. Poiché oggi amiamo tanto paragonarci ai nostri antenati del secolo scorso e dar di fascista a questo o quello con la stessa disinvoltura con cui ordiniamo un caffè, forse è il caso che ci chiediamo con un minimo di serietà se siamo davvero così simili a quegli avi e se i fascisti sono veramente alle porte. Nel Ventesimo secolo la violenza politica è stata mezzo di grandiosi e terribili progetti collettivi di trasformazione del mondo. È stata politica nel senso proprio del termine, insomma. I movimenti che l'hanno utilizzata erano figli di un duplice fallimento: dell'ordine liberale che aveva dominato la seconda metà dell'Ottocento e della fede nel progresso che lo aveva nutrito. E hanno risposto alla crisi storica esplosa con la Grande Guerra proponendosi di riprendere il controllo di un futuro che non poteva più esser lasciato né a se stesso né al libero gioco degli individui. Riprendere il controllo ha significato appunto costruire dei soggetti collettivi ideologicamente omogenei, organizzati come eserciti, che realizzassero con la massima disciplina la volontà dei rispettivi leader. E ha significato ricorrere con abbondanza alla violenza, strumento necessario a liberare la società da elementi eterogenei o non allineati, eliminare i progetti concorrenti, sgombrare il cammino da qualsivoglia ostacolo.