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La Commissione Europea ha proposto alcune sanzioni e misure commerciali contro Israele, per fare pressione sul governo del primo ministro Benjamin Netanyahu e in risposta ai crimini e agli abusi commessi nella Striscia di Gaza. Sarà però molto difficile farle approvare perché alcuni paesi, tra cui la Germania e l’Italia, continuano a opporsi a misure che possono penalizzare i propri rapporti con Israele.
Anche se non sono ancora state approvate, le “sanzioni” (che poi sono sanzioni solo in parte) sono già state descritte con un certo allarmismo in Israele: il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha accusato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen di voler «aiutare» Hamas, mentre Netanyahu ha detto che, davanti alla minaccia dell’isolamento internazionale, Israele deve diventare una «super Sparta», cioè un luogo militarmente potente e autosufficiente. In realtà le misure europee, anche se fossero applicate, sono piuttosto blande.
La misura più importante (che non è una sanzione) è la sospensione del trattato di associazione con Israele in vigore dal 2000, che prevede l’annullamento dei dazi su parte delle merci scambiate tra Israele e i paesi dell’Unione. La sospensione del trattato significherebbe che sulle merci israeliane tornerebbero a essere applicati gli stessi dazi (bassi) che l’Unione applica ai paesi con cui non ha un trattato di libero scambio. Secondo i calcoli della Commissione, questi dazi ammonterebbero a circa 227 milioni di euro all’anno. È una somma notevole, ma non tale da costituire un problema per l’economia israeliana. Peraltro, come ha notato nella sua newsletter Il Mattinale Europeo il giornalista David Carretta, se Israele dovesse rispondere con misure simili c’è il rischio che le aziende europee siano svantaggiate più di quelle israeliane.










