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18 SETTEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 20:33
La pagina campeggia, non senza una certa involontaria autoironia, sul sito dell’ateneo. “La libertà di parola è indispensabile per la nostra società ed è uno dei valori più cari all’Università della California, Berkeley“, recita il testo. Che ricorda anche il Free Speech Movement nato proprio nell’istituto californiano nel 1964, “quando gli studenti protestarono contro le restrizioni imposte dall’università alle attività politiche nel campus”, influenzando l’intera ondata di attivismo giovanile degli anni ’60. Ma todo cambia en esto mundo, specie nell’era Trump. Perché nei giorni scorsi l’università ha fornito al governo federale i nomi di circa 160 tra studenti, docenti e membri del personale che avrebbero una “potenziale connessione con segnalazioni di presunto antisemitismo” nell’inchiesta aperta da Washington sulle proteste avvenute in diversi atenei contro la guerra di Israele a Gaza e l’appoggio garantito dall’amministrazione Trump al governo Netanyahu.
Berkeley non è un luogo qualsiasi nella tormentata storia dei diritti civili negli Stati Uniti. Negli anni ’60 l’ateneo fu uno degli epicentri delle proteste contro la guerra del Vietnam, con eventi che fecero epoca come l’occupazione del campus nel 1968 e la partecipazione a grandi marce come il “Moratorium to end the war in Vietnam” nell’ottobre 1969. Le manifestazioni, che affondavano le radici proprio nel Free Speech Movement, aumentarono nel ’68 con l’occupazione del campus organizzata per bloccare i procedimenti contro studenti che si rifiutavano di andare a combattere e culminarono nella repressione violenta del 15 maggio 1969, quel “Bloody Thursday” in cui uno studente perse la vita. Vicino al Movement fu anche Allen Ginsberg – poeta animatore della Beat Generation, che nel marzo 1956 tenne nell’ateneo una delle prime letture pubbliche di Howl, poema tra i testi fondativi della letteratura americana moderna che denunciava la violenza della macchina statale Usa.









