Alberto Nagel è uno che i negoziati li ha sempre evitati: «Ai tavoli non mi siedo» è una delle poche affermazioni che vengono attribuite all’amministratore delegato dimissionario di Mediobanca. Schivo quasi al pari dei predecessori Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi, ancor più freddo nel tratto e certo meno frugale in tema di retribuzione e incentivi, Nagel ha fatto della sua distanza dai «tavoli» una strategia a lungo vincente. Appassionato di pesca in apnea, e cacciatore, il banchiere che oggi lascia l’ex salotto buono nelle mani del Monte dei Paschi Siena — dopo aver perso a sorpresa proprio l’ultima delle sue battaglie — è uno che in passato ha superato più di un’ostilità sapendo attendere, misurando avversari e circostanze e andando in rete al momento giusto. Ha vinto così quasi tutte le partite interne: dalla transizione (e ritorno) della governance dualistica allo scontro epocale con Cesare Geronzi, dalla crisi Ligresti (che gli costò un avviso di garanzia poi archiviato) e la creazione del secondo polo assicurativo italiano con Unipol, all’espansione internazionale, fino al rafforzamento nel wealth management.
Nagel, l’addio amaro del banchiere al timone dopo Cuccia e Maranghi (e che non amava i negoziati)
Insieme alle dimissioni, l’amministratore delegato ha firmato una lunga lettera ai dipendenti










