Originariamente novella di Stephen King all’interno di una raccolta, The Life of Chuck si presenta in tre atti, presentati dal terzo. In questa distopia che al suo inizio vede il mondo terminare, l’unico inspiegabile barlume sembra questo Charles, o più confidenzialmente Chuck, ritratto in ogni cartello pubblicitario. È solo un comune contabile ma si rivelerà punto catartico della fine del mondo. La regia tecnica di Mike Flanagan si agganciava bene a serie horror come Casa Usher, ma già scricchiolava con il Doctor Sleep, seguito infelice di Shining, e con il Chuck (tutti di King peraltro), racconto denso di mistero ed empatia, ora plana a valle perché sembra priva di quei sentimenti che invece vorrebbero toccare la voce narrante e alcune scene poetiche. Prendiamo l’importante sequenza del ballo in strada, poteva fare la storia affiancandosi a La La Land. Tom Hiddleston e Annalisa Basso danzano in maniera sublime con una grande coreografia. Ma la fotografia appiattisce il pathos mentre latitano invenzioni di camera e intenzioni iconiche. Peccato, pure toccante la vicenda, ma il film non fa centro.
Non convince completamente neanche Julia Ducournau con il suo Alpha. Forse per le alte aspettative dovute a Titane. Comunque l’idea di un virus letale che rende i contagiati pian piano minerali, di marmo, è davvero geniale. La giovanissima Alpha vive con difficoltà i suoi 13 anni tra una madre medico schiacciata dal lavoro incessante contro il virus, e uno zio malato in casa. Tahar Rahim rinsecchisce il suo corpo, accartocciandolo nel suo ruolo sofferente per una performance fisica ed emotiva che toglie il respiro. Intorno a questi due dettagli focus la narrazione pur dal linguaggio accattivante prende il ritmo di un virus-movie stanco, eppure il percorso della giovane protagonista sarebbe niente male.






