Negli ultimi sessant’anni, Carlo Pellegatti ha mancato solo una manciata di partite del Milan. L’ultima, a febbraio, è stata per un cavallo. Avrebbe dovuto raccontare la trasferta dei rossoneri all’Olimpico Grande Torino di Torino, invece era a Riad, in Arabia Saudita, per vedere gareggiare il suo «Presage nocturne». «È andata bene», abbozza con una certa soddisfazione. «Un onorevole quarto posto nella riunione ippica più ricca al mondo». L’amore per i cavalli è arrivato prima o dopo quello per il Milan? «Dopo. Mi ero da poco iscritto alla Statale di Milano. Prima di andare alle corse acquistavo il biglietto del metrò e della stazione Nord per tornare a Cusano Milanino, dove sono nato e cresciuto: se no, rischiavo di giocarmi tutto e di dover tornare a piedi». Sembra una scena del film «Febbre da cavallo». «È vero, ma per me la scommessa non è mai fine a se stessa: è sempre stata legata allo studio del terreno, della distanza, delle corse». Il primo cavallo? «Afodite, senza la “r”. La presi nel 1979, non partiva mai: un disastro. Nel 2012, ho avuto le prime soddisfazioni con Gasquet. Adesso i miei cavalli sono in Francia, seguiti da un grande allenatore, Alessandro Botti». A uno di loro ha dato il nome di Ibrahimovic. «Non a uno, ma a due: “Ibra supremacy” e "Invincible Ibra”. Loro due, devo ammettere, non un granché: Zlatan, a piedi, andava più veloce». Il primo ricordo da milanista? «A San Siro con mio padre, nell’ottobre del 1956, per un Milan-Napoli. Ma l’immagine più nitida è legata allo scudetto di tre anni dopo: sulla balaustra della tribuna oggi rossa, dopo un Milan-Udinese finito 7 a 0 con un’invasione di campo». La scelta di fare il giornalista? «Casuale. Dopo la laurea in Scienze politiche, diventai direttore commerciale di una ditta di spedizioni. Si guadagnava bene, ma il Milan era la mia passione. Così quando, nel 1981, Video Delta, l’antenato di Rete 4, prese i diritti per le repliche delle partite del Milan, telefonai. Mi proposi, feci il provino, mi presero». Seguiva solo le trasferte? «Sì, le partite in casa erano raccontate da un mito: Nicolò Carosio».