Le note suadenti, romantiche, di Dalla Russia con amore gli evocavano un indimenticabile Sean Connery e una bellissima Daniela Bianchi abbracciati sulle sponde del Bosforo. Matteo Salvini non ha saputo resistere. Non era a Istanbul, ma in via Bruxelles, al ricevimento cinese per il 76esimo anniversario della Repubblica popolare. Per non essere accusato di sessismo – i tempi sono cambiati – ha abbracciato, ricambiato, Alexey Paramonov, ambasciatore della Federazione Russa in Italia. Non esattamente la stessa cosa forse, ma si può sopperire con l’immaginazione.

Non sarebbe la prima volta che il milanese Salvini, dimentico della riservatezza tipica del Nord Italia, rivela sensibilità ed effusioni di sapore mediterranee, che o per gli svaghi del Papeete Beach sull’Adriatico o per Scilla e Cariddi fra Calabria e Sicilia da allacciare con un bel ponte. Ma Paramonov? In diplomazia nulla succede a caso, o quasi. Qui, il leader della Lega, abilissimo politico in Padania, è un apprendista stregone. Ma invece i diplomatici russi sono professionisti non secondi a nessuno, tranne forse ai maestri britannici. C’è stato un messaggio di Paramonov? E, se c’è stato, quale?

Sicuramente contento di non essere oggetto di uno “sguardo rabbioso”, l’ambasciatore russo deve però aver avuto un breve momento d’imbarazzo. Dopo tutto aveva di fronte il Vicepremier di un governo sul quale aveva appena snocciolato un intero decalogo di ammonimenti, causa i “due nuovi virus penetrati nell’élite italiana per sostituire l’epidemia di Covid: la Russofobia e l’Ucrainofilia”, tant’è che “al momento non ci possiamo fidare dei nostri interlocutori italiani”. Sempre in diplomazia, senza arrivare agli sguardi rabbiosi che in genere si evitano persino quando si facevano dichiarazioni di guerra, c’è tutta una gradazione anche di strette di mano: fredde, tiepide, calorose… Alexey Paramonov ha scelto di ricambiare in pieno la cordialità di Matteo Salvini. Evidentemente, il leader della Lega, pur, facendo parte del governo, è un’eccezione alla non fiducia negli interlocutori italiani L’ambasciatore russo si trovava di fronte la seconda, in condivisione con l’altro Vicepremier, e Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, carica del governo di un Paese Nato due giorni dopo che il portavoce del suo Presidente aveva dichiarato senza mezzi termini che la Russia è “di fatto in guerra con la Nato” – quindi anche con l’Italia, a prescindere dal grado di partecipazione di caccia italiani alle operazioni difensive contro i droni russi intrusisi nello spazio aereo polacco. Nella Nato ci sei o non ci sei. Matteo Salvini rappresenta l’Italia al quasi massimo livello. L’Italia è fra i Paesi che sostengono politicamente e armano l’Ucraina. Meno di altri, anche perché i nostri arsenali scarseggiano, ma senza se e senza ma. Ricambiandone l’abbraccio Paramonov poteva segnalare un “ci siamo accorti che non siamo in guerra con l’Italia” – quindi neanche con la Nato. In circostanze normali il gesto di Paramonov avrebbe dunque potuto essere interpretato come volontà di distensione nei confronti dell’Italia e, indirettamente, dell’Alleanza. Ma le circostanze non sono normali. E di non normale c’è proprio Matteo Salvini. Per cui egli può essere contemporaneamente Vicepresidente del Consiglio di un Paese su posizioni geopolitiche antitetiche a quelle di Mosca e, al tempo stesso, accreditarsi come interlocutore di fiducia – a differenza di tutti gli altri: Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Ministro degli Esteri, Ministro della Difesa – tutti già classificati da Mosca nella lista dei “russofobi”. Lavoro per la pace mentre la Russia dice che la Nato fa la guerra, ha spiegato poi Salvini. Lo stesso giorno in cui Papa Leone XIV ha ricordato il contrario: “la Nato non ha cominciato nessuna guerra”. Salvini non voleva parlare “solo di guerra e di assumere militari per mandarli a morire al fronte”. Chissà se, nel conversare con Paramonov, gli ha fatto anche un accenno ai circa ventimila bambini ucraini che, sottratti alle famiglie, la Russia sta rieducando ed addestrando? Non è “parlare di guerra” ma su quel tasto sarà stato molto diplomatico. Cattivo gusto toccarlo. In fondo Matteo Salvini non ha fatto che imitare il tappeto rosso di Donald Trump ad Anchorage per Vladimir Putin. Si è dovuto accontentare di Alexey Paramonov. Ma non prendiamocela con lui. Anzi ringraziamolo per essere così trasparente nelle sue simpatie. Mai nascoste. Ma allora dove va la politica estera italiana? Beh, questo è un problema per Giorgia Meloni e Antonio Tajani. Matteo va dove gli pare. Preferibilmente verso la Russia. Con amore.