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Il 4 settembre centinaia di persone hanno sfilato per le vie di Cornigliano, un quartiere di Genova a ovest del centro storico, sventolando cartelli con le scritte «No forno elettrico». Protestavano contro l’intenzione del governo di costruire un forno elettrico nel grande stabilimento di lavorazione dell’acciaio dell’ex ILVA che si trova in città, affacciato sul mare appunto a Cornigliano, vicino all’aeroporto. Nello stesso momento un gruppo di operai e sindacati distribuiva volantini che spiegavano le ragioni per sostenere questo sviluppo dell’impianto.
L’idea fa parte del più ampio piano del governo per decarbonizzare l’ex ILVA di Taranto, la sede principale dell’azienda e uno degli impianti siderurgici più grandi d’Europa (oggi si chiama Acciaierie d’Italia, ma tutti la chiamano ancora ILVA, ed è gestita dallo Stato in amministrazione straordinaria per via della sua lunga crisi). Il piano prevede la costruzione di più forni elettrici anche a Taranto, per rendere più sostenibile l’impatto ambientale della produzione dell’acciaio, anche se non si conoscono ancora nel dettaglio i modi e i tempi in cui questa transizione dovrebbe avvenire.
A Genova invece il forno elettrico dovrebbe servire non solo per la lavorazione dell’acciaio, come già succede ora, ma anche per la sua produzione. L’obiettivo è soprattutto tutelare centinaia di lavoratori: nello stabilimento di Cornigliano sono circa un migliaio, 400 dei quali sono considerati a rischio licenziamento. Dipendono molto da Taranto, perché a Cornigliano oggi si lavora l’acciaio che viene spedito da lì (dove la produzione è ormai molto ridotta): il forno elettrico dovrebbe servire anche a diminuire questa dipendenza.






