Yulia Navalnaya, moglie di Alexei Navalny, leader dell’opposizione al presidente russo Putin, morto in un carcere del Circolo Polare Artico, il 16 febbraio 2024, ne è convinta: il marito è stato avvelenato. Se la donna, sin dai primi giorni, aveva rilanciato le accuse verso il Cremlino – sempre respinte dall’entourage del presidente Putin – oggi ha parlato di test di laboratorio, effettuati all’estero, su campioni biologici prelevati dal corpo di Alexei. Navalnya ha pubblicato un video sui social, in cui racconta che i campioni biologici sono stati portati all’estero, nel 2024, tramite vie clandestine, e sono stati ben due i laboratori ad analizzarli: “Questi laboratori in due Paesi diversi sono giunti alla stessa conclusione: Alexei è stato ucciso. Più precisamente, è stato avvelenato”. La moglie di colui che era il dissidente numero uno, anche livello di popolarità internazionale, non ha specificato quali sostanze sarebbero state utilizzate per uccidere il marito, ma ha esortato i laboratori a rendere noti, in maniera pubblica, i risultati delle loro analisi. Laconico il commento di Peskov, portavoce del Cremlino: “Non so nulla delle dichiarazioni di Navalnya”.
La tesi delle autorità russe è che Navalny sia morto per una serie di fattori, una “combinazione di malattie”. Il 15 agosto 2024 il Comitato investigativo aveva elaborato il suo dossier, messo a disposizione della vedova, in cui scriveva: “Secondo la conclusione dell’esame forense del Comitato, la causa della morte del condannato Navalny è stata una malattia combinata: ipertensione con danno vascolare e agli organi, miocardiosclerosi diffusa, complicata dallo sviluppo di edema cerebrale, fibrillazione ventricolare, edema polmonare”. Discrepanze con ciò che avevano pubblicato i media di Stato russi, che avevano parlato di un “coagulo di sangue”, fattore che nel rapporto del Comitato non viene citato.











