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Qualche giorno fa leggevo un testo autobiografico dello scrittore argentino César Aira, ambientato negli anni della sua infanzia. L’autore è nato nel 1949 «al culmine del regime peronista, che aveva messo in testa al proletariato di volersi elevare a borghesia». Aira racconta di suo padre, fervente peronista e, per nomina governativa, unico elettricista della cittadina di Coronel Pringles; alla caduta di Perón – esattamente settant’anni fa e cioè il 16 settembre del 1955, a opera della autoproclamata Revolución Libertadora, di fatto una dittatura militare che con un golpe depose il presidente –, il padre di Aira perse il lavoro, cosa che determinò la nascita del sentimento antiperonista della madre. Ma da allora di peronismo e antiperonismo, scrive Aira che all’epoca aveva sei anni, in casa non si parlò mai più.
Proprio mentre divoravo uno spassoso capitolo in cui un Aira ragazzino inizia a frequentare – non si capisce bene se soltanto come passatempo o con un qualche compito affidatogli ufficiosamente, vista l’età – l’unico ufficio pubblico del paese, nel quale si imbatte per la prima volta in una macchina da scrivere e ne rimane affascinato, un amico giornalista e scrittore mi ha mandato questo messaggio su WhatsApp: «Ma com’è che di te non c’è più alcuna traccia sul sito di xxx?». Dove per «xxx» si intende l’azienda che ho fondato e diretto per circa vent’anni, e di cui sono stato anche comproprietario e socio fino a pochi anni fa.






