Ovviamente è un discorso molto complesso e non riguarda una sola etnia. Epperò è un dato che nelle due macro vicende dell’ultimo mese (la signora falciata a Milano da una macchina rubata e il bimbo preso a sprangate, a Roma, durante la sua festa di compleanno) che hanno coinvolto minori di quattordici anni, quindi per il sistema non imputabili, si sia trattato di ragazzini rom. Vuol dir niente, generalizzare è sempre un errore e come prima cosa, qui, nell’uno episodio e pure nell’altro, non è neanche il caso di specificare che la legge vale per tutti. E la legge spiega che chi non ha ancora compiuto quattordici anni non può subire un processo penale. Tuttavia la gravità di quanto accaduto nelle due principali città d’Italia, in Lombardia dove la 71enne Cecilia De Astis ha addirittura perso la vita e nel Lazio dove il piccolo di nove anni ha quasi rischiato altrettanto (per fortuna lui se l’è cavata con una corsa in sala operatoria e una prognosi di dieci giorni), fa discutere lo stesso.
Norma da modificare, limite d’età da abbassare, politica che si mette di mezzo e questione che non si esaurisce sul mero piano giuridico perché è (invece) culturale e sociale. “Non imputabili” non può significare irresponsabili, il ruolo della famiglia deve rimanere centrale e se bambini di quell’età arrivano a rubare un’auto e a scappare dopo aver investito una passante, oppure a sfondare il volto di un coetaneo con un tondino di ferro raccattato chissà dove, be’, signori, il problema che abbiamo (e che dobbiamo affrontare) è assai più serio di come lo si poteva immaginare. Attenzione, non significa diventare giustizialisti: significa, semmai, capire che la giustizia deve anche saper proteggere le vittime, altrimenti è qualcosa d’altro. La tragica morte della pensionata De Astis è una pagina ancora aperta (nel senso che si sta ancora cercando di fare piena luce), quella del bimbo romano è il racconto dell’assurdo che incontra un copione della paura.







