VENEZIA - È passato solo qualche giorno, ma il lavoro gli manca già. Parole che stridono con il sentire comune di chi vede nella pensione un traguardo tanto ambito. Andrea Ardit, caporeparto dei vigili del fuoco di Venezia, originario di Malamocco, racconta la sua carriera come la vita in una grande famiglia, dove si mangia, si dorme, si celebrano le feste tutti insieme, in una squadra in cui tutti sono legati.

«È un lavoro che mi ha fatto crescere - racconta - perché ho avuto l'opportunità di incontrare tante persone e di provare tante emozioni forti. Che mi ha dato l'occasione di aiutare tanta gente, ed è una sensazione gratificante. Spegnere un incendio è una sfida contro te stesso: significa resistere fisicamente alla temperatura, perché sì, le attrezzature ti proteggono, ma dopo un po' di tempo il calore si fa sentire e si tratta di capire fino a quanto puoi rimanere lì e quando è ora di chiedere il cambio».

Ardit, all'epoca del rogo della Fenice, aveva solo cinque anni di servizio. E di quei giorni ricorda la fiducia nei colleghi più anziani e il timore che le fiamme si propagassero troppo. «Si andava dietro a loro senza sapere dove, ed è quello che negli anni si impara a fare con i più giovani. È una formazione continua sul campo». Poi ci sono state altre esperienze forti. Dall'incendio al Belvedere del Lido, che gli è valso il soprannome di "Principe" perché indossò la divisa antifuoco sopra a dei vestiti bianchi, libero dal servizio e proveniente da una festa, al terremoto dell'Aquila. «Abituato a Venezia, non ti sembra vero che la terra possa tremare così violentemente. E poi la disperazione negli occhi di chi ha perso tutto durante le alluvioni, come quella dell'Emilia». Ardit spiega anche la difficoltà di operare a Venezia. «In terraferma hai scale, pompe, attrezzature più facili da trasportare, a Venezia sei in barca. E oltre alla conoscenza perfetta che devi avere del territorio, per arrivare velocemente al luogo del soccorso, devi inventarti delle soluzioni per lavorare in sicurezza».