Ritmo frenetico, tono di voce marcato e parole a macchinetta - per lo più senza senso stile grammelot -, intervallate da pause ben studiate, battute e giochi di parole: il telegiornale satirico di Salvatore Marino è entrato nella storia della comicità italiana non solo perché è stato il primo del genere, ma perché era incredibilmente moderno già 30 anni fa. Salvatore, che è nato ad Asmara («Sì, sono meticcio anche se nessuno usa mai questa parola») e si è formato artisticamente nel laboratorio teatrale di Gigi Proietti («Un maestro generosissimo»), si racconta: l’Etiopia, il razzismo, Arbore, la tv, il cinema e soprattutto il teatro, il vero grande amore.
Appuntamento in una pasticceria siciliana: Salvatore Marino, è un caso o una scelta precisa?
«Cannoli, cassata e arancini sono i sapori che mi ricordano mio padre, che era palermitano. Quando sono a Roma vengo spesso qui».
Perché, dove vive?
«A Grottaferrata, sui Castelli Romani. Ci sto da quando sono arrivato in Italia, non mi sono mai spostato. Scusi un secondo, rispondo al telefono. “Il festival? Sì, poi ne parliamo».






