L’atmosfera è sospesa, un equilibrio perfetto tra la commozione e quell’ironia graffiante che è stata la sua firma per una vita intera. Nel cuore di Bologna, sotto le logge del Pavaglione, il cortile dell’Archiginnasio si è trasformato oggi in un palcoscenico per l’ultimo saluto a Stefano Benni, scomparso martedì scorso a 78 anni. Non una cerimonia funebre, ma una celebrazione collettiva, un abbraccio di quel “branco” di lettori e amici che lui ha nutrito con le sue stori
Davanti al feretro, coperto di fiori bianchi, e a una sua grande fotografia in bianco e nero, si alternano i ricordi. Quello più toccante arriva dall’amico fraterno, lo scrittore francese Daniel Pennac, arrivato appositamente da Parigi. “Stefano era mio fratello di risate, mio fratello nella vita ideale”, esordisce. Poi, con la voce incrinata, racconta l’ultimo, doloroso periodo della malattia: “Stefano diceva che Fellini era morto perché non poteva più sognare. A lui è successa la stessa cosa con la risata. Di colpo la malattia gli ha tolto la capacità di ridere. Quella risata che per tutta la sua vita ci ha offerto, anche per combattere le sue stesse angosce”. E chiude con un saluto che è una promessa: “Coraggio Lupo, arriviamo tutti fra poco“.










