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Quando venne fondata nel 2015, Revolut era una startup di pagamenti digitali come molte altre. Oggi invece compete con le più grandi banche europee, puntando a offrire gli stessi loro servizi ma a un costo minore. In Italia è arrivata ad avere 4 milioni di clienti, molti meno dei circa 20 e 15 milioni delle leader di mercato Intesa Sanpaolo e UniCredit, ma all’incirca quanto quelli di Banco BPM e BPER Banca, due tra gli istituti italiani più grandi.
Revolut non è quotata in borsa, ma si sa che vale all’incirca 75 miliardi di dollari (poco meno di 64 miliardi di euro), abbastanza per avvicinarsi al valore delle grandi banche europee, che ci hanno messo decenni per arrivarci. Per dare una dimensione: UniCredit e Intesa Sanpaolo valgono all’incirca 100 miliardi di euro, e sono tra le banche italiane più importanti. Revolut ha raggiunto un valore simile dopo molti meno anni di attività, e nonostante qualche difficoltà con le autorità finanziarie e qualche scandalo.
I fondatori di Revolut, che è una multinazionale inglese, sono Nikolay Storonsky e Vlad Yatsenko. Entrambi lavoravano nella finanza a Londra, il primo è russo e faceva il trader nella banca Credit Suisse, e il secondo è ucraino e sviluppava software per il settore. Crearono Revolut cercando di sfruttare una nicchia del mercato, quella dei pagamenti all’estero: volevano cioè offrire un servizio che consentisse di fare pagamenti e trasferire denaro all’estero in altra valuta senza pagare alte commissioni alle banche, sfruttando la tecnologia per abbassare i costi e proporre commissioni più competitive. Con questo obiettivo volevano che tutti i loro servizi fossero digitali, quindi senza filiali fisiche. In dieci anni non ne hanno aperta neanche una.






