Devo confessare un segreto: da liberale ho sempre avuto una simpatia, inconscia si intende, per Marco Travaglio. Non ovviamente per il Travaglio poco attento alle ragioni del garantismo. Né per il Travaglio che in politica estera porta spesso avanti tesi poco sostenibili. La mia inconscia simpatia è andata piuttosto al giornalista che fa il suo mestiere di bastian contrario e che fa anche a volte, forse suo malgrado, affermazioni in piena linea con alcuni principi del liberalismo.

Come non essere d’accordo con lui, infatti, quando, forte di un successo indubitabile della sua creatura (e anche del suo brand), si fa paladino del mercato e afferma che «senza finanziamenti pubblici si lavora meglio» e che «sapere che si possa contare sulle proprie forze e sull’apprezzamento dei lettori, migliora l’indipendenza e il lavoro dei giornalisti»?

Adam Smith e Milton Friedman sottoscriverebbero senza cambiare una virgola. C’è un però grande come una montagna, tuttavia: una cosa è la teoria, e forse anche l’utopia (quale per certi aspetti è quella liberale), un’altra cosa la realtà. E scagli la prima pietra chi è senza peccato. Ce la sentiamo di biasimare del tutto, fino in fondo, quegli imprenditori o quegli amministratori che, per portare avanti la baracca o semplicemente per non mandare sul lastrico dipendenti e giornalisti, sono costretti ad accettare loro malgrado anche qualche aiuto di Stato? Garantire il pluralismo delle idee e delle opinioni è, fra l’altro, compito precipuo di uno Stato democratico. Come si vede, è tutto maledettamente complicato. Il fatto è che la teoria è dritta e la realtà è curva, e per non deragliare bisogna anche a volte calibrare bene le proprie scelte.