Prima di diventare Super Mario, l’idraulico baffuto di Nintendo nasceva con un altro nome: Jumpman. Era il protagonista di Donkey Kong, il gioco che salvò l’azienda giapponese da una profonda crisi finanziaria.

All’epoca Nintendo aveva in magazzino troppi cabinati invenduti di Radar Scope e decise di lanciare un concorso interno per capire come riciclarli. Fu Shigeru Miyamoto, giovane designer allora sconosciuto, a proporre l’idea di un gioco in cui un carpentiere saltava su piattaforme di legno per salvare una ragazza da una scimmia gigante. Un’idea semplice, ma rivoluzionaria, che cambiò il destino della compagnia e dell’intero settore.

Da lì, il passo verso Mario Bros del 1983, dove si vede anche Luigi, e Super Mario Bros. del 1985 fu breve. E da allora Mario non è stato più solo un personaggio dei videogiochi, ma un simbolo culturale capace di parlare a generazioni diverse e di resistere al tempo.

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Il design stesso di Mario è frutto della scarsità. Pochi pixel, tre colori, la necessità di rendere subito riconoscibile un omino sullo schermo: ecco il cappello per non dover animare i capelli, i baffi per sostituire una bocca troppo difficile da disegnare, la salopette rossa per distinguere busto e arti. Una soluzione pratica che ha finito per definire un’estetica, trasformando un vincolo in leggenda.