PORTO TOLLE (ROVIGO) - Da tre anni a questa parte il granchio blu continua a mietere vittime, non solo tra i molluschi della Sacca di Scardovari ma anche tra le imprese di allevamento. Alla fine del 2022 gli operatori erano 1.500, oggi sono scesi a 900: 600 partite Iva in meno, dunque famiglie senza più un reddito certo. E i numeri di chi abbandona sembra siano destinati a crescere ancora. I dati sono stati diffusi da Pescagri Cia Veneto e Cia Rovigo in due incontri con le cooperative di settore. «Ci sono stati condivisi dei dati allarmanti – riferisce Marilena Fusco, direttore di Pescagri Cia –. È diventato pure un problema di carattere sociale. Dietro a quei 600 allevatori vi sono altrettante famiglie che non possono più contare su un’entrata certa».
Il quadro è aggravato dal mercato: su 100 quintali di granchio pescato, soltanto 20 trovano sbocco. Tutto il resto è smaltimento, con costi che pesano sugli operatori. «Qualche allevatore ha deciso di dedicarsi alle ostriche – continua Fusco –. Tuttavia, si tratta di una percentuale minima; servono competenze specifiche. Nonostante la buona volontà dell’amministrazione regionale e del Governo, la criticità non è stata risolta in maniera definitiva. E queste sono le conseguenze». La pesca nel Delta resta strategica: i mercati ittici di Pila e Scardovari movimentano oltre 8.000 tonnellate l’anno, il 32,5% del totale regionale. «È fondamentale che tutti facciano il massimo per salvaguardare il comparto e l’indotto», interviene Gianmichele Passarini, presidente di Cia Veneto. Dello stesso parere il presidente e il direttore di Cia Rovigo, rispettivamente Erri Faccini e Paolo Franceschetti: «Il Polesine non venga abbandonato. Stiamo dalla parte degli agricoltori».







