Città del Messico – Pietro Mennea è forte, fortissimo. Da stasera è il nuovo recordman del mondo dei 200 metri. Ha vinto a spasso la finale delle Universiadi, ma soprattutto ha coronato undici anni di carriera con una prestazione eccezionale, fantastica. Ha frantumato il vecchio primato che apparteneva a Tommy Smith (19” 83, realizzato ai giochi olimpici del Messico, 1968), bloccando i cronometri su 19” 72. Eppure l’altro giorno, nella semifinale, sembrava che si fosse quasi ‘arreso’. La sua prestazione non era sembrata foriera di record né mondiale né europeo, ed era parsa questa la vera notizia che l’umido pomeriggio di ieri aveva confessato a tutti noi che corteggiavamo le prodezze messicane del barlettano in questa decima universiade. 20”04 solamente, e magari qualcuno storcerà la bocca. Mennea aveva corso sull’orlo della pioggia, controvento in un clima da “ma vattene a casa”. Non era partito benissimo, ma la sua curva era stata di valore: ha raggiunto il buon polacco Dunecki, ha sbarellato un po' nell’uscita in rettilineo, e filato alla grande tenendosi solo in viso.
Stanco, scarico, con le gambe un po' dure: così aveva detto d’essersi sentito il velocista. Con Vittori avevano concordato che la beffa del tempo atmosferico diventato “impossibile” non doveva fregarli: se Pietro, dopo una curva al massimo, non si fosse sentito a pieno agio non avrebbe dovuto tirare. Invece lui, pur accusando una condizione non perfetta, ci aveva dato dentro lo stesso accumulando fatica per la finale di oggi. Eppure questa “faticaccia” non l’ha bloccato al momento della finale. Il record mondiale è ora del barlettano.










