Duemilacinquecento euro i sudanesi. Quattromila gli eritrei. Cinquemila siriani, somali e yemeniti. In Libia la libertà per i migranti ha un prezzo, proporzionale alle reti che i prigionieri potrebbero avere all’esterno. Siriani, yemeniti, somali spesso hanno famiglie alle spalle che puntano a mettere al sicuro almeno uno di loro, con la speranza che possa ricongiungersi poi con la famiglia. I sudanesi invece sono l’ultimo anello della catena. Rifugiati in fuga dalla guerra, senza casa, famiglia, reti alle spalle, sono carne da cannone. Anche in senso letterale.
Ogni giorno centinaia di richieste di aiuto
L’ultimo tariffario arriva dalla Cirenaica, per la precisione dal lager di Tobruk. “Sono stato arrestato in mare insieme a circa 700 persone di varie nazionalità: etiopi, eritrei, somali, egiziani, sudanesi, ciadiani, pakistani, yemeniti e siriani. Siamo tutti prigionieri qui. Ci sono celle di isolamento. Un gran numero di donne con bambini si trova nella seconda sezione. Aiutateci”. La voce è quella di uno dei prigionieri, che si è rivolto alla hotline d’emergenza di Refugees in Libya. “Ogni giorno – raccontano i volontari - telefonate e richieste d’aiuto di chi lì è detenuto senza aver commesso alcun reato si contano a decine”.






