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La notizia dell’apertura dell’indagine su Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, era attesa nel mondo della politica. Da settimane sembrava un esito scontato, seppur indiretto, dell’inchiesta condotta dal tribunale dei ministri sul caso del generale libico Almasri, arrestato a metà gennaio perché ricercato dalla Corte penale internazionale e poi liberato dal governo. Per questo caso il tribunale ha chiesto l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, e in quella richiesta c’era un giudizio inequivocabile delle tre giudici sulla testimonianza fornita da Bartolozzi: «inattendibile e, anzi, mendace». Che dunque la procura di Roma abbia deciso di accusarla di false informazioni ai pubblici ministeri non è sorprendente.
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I modi e i tempi di questa decisione della procura sono invece al centro di una complicata polemica politica già da settimane. Da quando è stata pubblicata la relazione del tribunale dei ministri relativa alle indagini, i partiti del centrodestra, e in particolare Fratelli d’Italia, avevano protestato che non fosse stata inserita anche Bartolozzi nella lista dei funzionari pubblici per i quali si chiedeva al parlamento l’autorizzazione a procedere. La loro richiesta era apparentemente bizzarra: la maggioranza si lamentava in sostanza del fatto che una dirigente del ministero della Giustizia non fosse stata indagata. Ma era una richiesta con un secondo fine: includendo Bartolozzi, infatti, le si sarebbe potuto concedere la protezione di cui beneficiano anche Nordio, Piantedosi e Mantovano, e cioè la garanzia che la Camera negherà l’autorizzazione a procedere.














