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Flavia Fiorentino

Il riconoscimento all'attrice e regista da parte dell 'Università di Tor Vergata: «Ha saputo fare della sua arte un atto di cura collettiva»

«Da domani potrò essere chiamata “dottoressa” e non solo dai parcheggiatori abusivi...». Leggerezza e autoironia hanno accompagnato la lectio magistralis di Paola Cortellesi, attrice e regista pluripremiata, in occasione del conferimento da parte dell’Università di Tor Vergata, del «Dottorato di ricerca Honoris causa in Scienze infermieristiche e Sanità pubblica». La prima a sorprendersi di questo riconoscimento apparentemente un po’ distante dalla sua storia e dalla sua carriera è stata proprio lei, abito e toga da laureanda: «Ho subito pensato a un malinteso — ha confessato l’artista durante la cerimonia nell’Auditorium Ennio Morricone dell’ateneo davanti a centinaia di studenti, docenti e fan — perché faccio un allenamento continuo per evitare che vanità e presunzione vadano oltre la norma. Poi ho visto le motivazioni così belle e lusinghiere e ho preso atto che non si trattava di uno scherzo».

Tante battaglie sociali e civili Il percorso che ha portato a questo conferimento, introdotto dal rettore Nathan Levialdi Ghiron, che ha elencato le tante battaglie civili e sociali portate avanti dall’attrice, è stato illustrato da Rosaria Alvaro, coordinatrice dei profili professionali di area sanitaria e prorettrice alle Politiche di innovazione sociale: «Qualcuno in maniera del tutto legittima — ha affermato la docente — si è domandato quale nesso leghi il cinema alla disciplina infermieristica e alla salute pubblica» per poi sintetizzarne i motivi agganciandosi a Florence Nightingale, fondatrice dell’infermieristica moderna, per la quale «l’assistenza è un’arte e richiede devozione totale e una dura preparazione». Così, secondo la professoressa Alvaro, «Paola Cortellesi, ha saputo fare della sua arte un atto di cura collettiva». Soprattutto con il film "C’è ancora domani" che «ha saputo creare un ponte solido e visibile con i temi fondanti della sanità pubblica e delle scienze infermieristiche». Perché, secondo questo approccio, «la cura è un’arte che deve saper vedere oltre il sintomo, saper toccare le corde dell’anima, saper comunicare con un linguaggio che non è solo tecnico».