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10 SETTEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 17:19

Dal 25 agosto l’Indonesia è scivolata nel più violento conflitto sociale degli ultimi vent’anni. Da Giacarta le proteste contro il governo sono dilagate in tutte le regioni del paese. Tra le richieste principali spiccano la fine dell’oligarchia politica e la cessazione delle pratiche estrattiviste nelle miniere. Durante gli scontri dieci manifestanti sono stati uccisi e migliaia di persone sono state arrestate e detenute arbitrariamente. Il 29 agosto, durante una manifestazione, il tassista di vent’anni Affan Kurniawan è stato investito da un blindato da 14 tonnellate dei corpi para-militari (Brimob) e trascinato per diversi metri mentre i presenti cercavano di bloccare il veicolo. Nei giorni successivi, altri due manifestanti sono stati uccisi negli scontri con le forze dell’ordine. L’omicidio di Kurniawan ha inasprito ulteriormente le tensioni, rafforzando la partecipazione dei movimenti studenteschi e allargando le rivendicazioni a livello nazionale.

Il ruolo della Brimob nelle recenti proteste è essenziale per comprendere le radici coloniali del conflitto in corso. Risalgono infatti al 1944, durante l’occupazione giapponese, quando fu istituita con il nome di Tokubetsu Keisatsutai. Dopo l’indipendenza, è diventata il precursore della Polizia Nazionale Indonesiana. Si è poi rapidamente evoluta in una forza paramilitare incaricata di perseguire i nemici dello Stato, dai comunisti ai separatisti. Già nel 1959 era addestrata dagli Stati Uniti e nei decenni ha avuto un ruolo centrale nel reprimere il dissenso comunista nella regione. Nei primi anni del 2000 sono state documentate diverse violazioni di diritti umani da parte della Brimob nella Papua occidentale e in Timor Est. Da quando la dittatura militare di Suharto è finita nel 1998, la Brimob ha rafforzato la sua influenza. Sotto l’ex presidente Joko Widodo e con l’ascesa del suo ex ministro della difesa, l’ora presidente Prabowo Subianto, la polizia indonesiana è diventata sempre più militarizzata. In queste settimane le tattiche repressive e l’impunità dei corpi paramilitari stanno influenzando profondamente l’escalation del conflitto. “Temiamo la legge marziale”, afferma Andhika Wirawan, professore all’Università di Pembangunan Jaya.