Le parole di Ursula von der Leyen appena pronunciate fanno riflettere. La presidente della Commissione Europea, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, ha dipinto un quadro che sembra uscito da un film di fantascienza anni Sessanta, ma con un pizzico di pragmatismo teutonico: il futuro dell’automobile è elettrico, è piccolo, è accessibile. E, soprattutto, è europeo. Un’auto che non solo decarbonizzi il nostro presente, ma che tenga alta la bandiera di un’industria che, diciamolo, è un po’ il nostro vanto, il nostro biglietto da visita nel mondo. Milioni di posti di lavoro, ha detto Ursula, dipendono da quel rombo – pardon, quel ronzio – di motori che hanno fatto la storia. Eppure, a sentirla parlare di “auto piccole e accessibili”, di “catene di fornitura europee”, di una “nuova iniziativa” per contrastare l’onda lunga della Cina, uno non può fare a meno di sorridere, con quel misto di speranza e scetticismo che accompagna le grandi promesse. Perché l’idea è bella, quasi poetica: un’Europa che si riscopre artigiana di se stessa, capace di costruire una macchinetta elettrica, “pulita, efficiente e leggera”, che costi poco e che sia alla portata di tutti. Una sorta di Fiat 500 del terzo millennio, ma senza il fascino retrò e con una batteria al posto del serbatoio. Un’auto che non solo salvi il pianeta, ma anche l’orgoglio di un continente che non vuole cedere il passo. Ma poi, come sempre, il diavolo si nasconde nei dettagli. La Commissione, dice von der Leyen, ha già dato “maggiore flessibilità” al settore per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione del 2025. Tradotto: abbiamo allentato un po’ la corda, perché l’industria automobilistica, pilastro o no, non è esattamente nella sua forma migliore. E la revisione del 2035, quella che dovrebbe portare alla neutralità climatica, si farà “nel rispetto della neutralità tecnologica”. Una frase che suona come un compromesso, un modo per dire: sì, puntiamo sull’elettrico, ma teniamo un piede nella porta, non si sa mai. Perché l’elettrico, per quanto sia il futuro, è un futuro che costa. Costa batterie, costa infrastrutture, costa innovazione. E, soprattutto, costa competere con la Cina, che produce auto elettriche come se fossero smartphone: tante, veloci, economiche. E qui sta il nodo, il vero cruccio di Ursula. La Cina, con le sue fabbriche che sfornano vetture a prezzi stracciati, è il drago da sfidare. “Non possiamo permettere alla Cina e ad altri di conquistare questo mercato”, ha detto, con un tono che sembrava quasi un’esortazione a tirar fuori l’orgoglio europeo, quello di chi ha inventato la Mercedes, la Volkswagen, la Renault. Ma la sfida non è solo tecnologica o industriale: è culturale. Perché l’auto, in Europa, è un pezzo di identità, un simbolo di libertà, di status, di sogni a quattro ruote. E l’idea di un’Europa che si affida a una citycar elettrica, “leggera ed efficiente”, stride un po’ con l’immaginario di chi, magari, sogna ancora il rombo di un V8 o la linea sinuosa di una coupé. Eppure, c’è qualcosa di profondamente europeo in questo progetto. L’idea di un’auto che sia “ecologica” ma anche “economica”, che non lasci indietro nessuno, che parli ai milioni di europei che non possono permettersi una Tesla, ma che vogliono comunque sentirsi parte di questa rivoluzione verde. È un’idea che sa di compromesso, certo, ma anche di speranza. Di un’Europa che, pur con i suoi affanni, prova a immaginare un futuro in cui l’industria non sia solo profitto, ma anche visione. Un futuro in cui, magari, vedremo sfrecciare per le strade di Roma o di Lisbona una macchinetta elettrica, fatta in casa, che non costa un occhio della testa e che, chissà, ci farà persino sorridere. Perché, come dice Ursula, “il futuro è elettrico, e l’Europa ne farà parte”. E se lo dice lei, con quel suo piglio da maestra che non ammette repliche, forse dobbiamo crederci. O almeno provarci. Con un po’ di ironia, certo, ma anche con quella curiosità che ci spinge a chiederci: chissà com’è, questa macchinetta europea. E chissà se avrà un nome che sa di casa nostra.