Salvare la biodiversità o proteggere surfisti e bagnanti? Questo è il grande interrogativo che si stanno ponendo le autorità e i cittadini australiani in materia di squali. Sabato scorso, nel Nuovo Galles del Sud, al largo della spiaggia di Long Reef Beach c'è stato un attacco mortale. Quello che si crede fosse un grande squalo bianco di quasi cinque metri ha attaccato un surfista locale molto conosciuto, Mercury "Merc" Psillakis, 57 anni, che stava surfando con gli amici quando all'improvviso lo squalo ha tranciato le sue gambe e parte del busto uccidendolo praticamente sul colpo. La tragica fine di Psillakis, che ha lasciato sgomenta l'intera comunità, è diventata però anche una questione tale da riaccendere il dibattito sulle famose reti anti squalo australiane, soprattutto ora, alla vigilia dell'estate nell'emisfero sud.
Davvero mangiamo gli squali? Come evitarlo
Le reti esistono da diversi decenni e hanno come scopo quello di fermare, imprigionare e talvolta uccidere, gli squali che si avvicinano alla costa dove i locali e i turisti nuotano o fanno surf. Si tratta di reti lunghe anche 150 metri disseminate in varie zone dell'Australia (nel nuovo Galles del Sud ce ne sono una cinquantina e costano ai contribuenti circa 21 milioni di dollari all'anno) e il loro utilizzo, soprattutto negli ultimi tempi, è diventato motivo di controversie. Gli ambientalisti, così come parte della comunità scientifica, in un contesto di difficoltà generale per le specie australiane già fortemente impattate dalla crisi del clima, denunciano il fatto che nelle reti anti-squalo troppo spesso finiscono e muoiono altre creature come delfini, tartarughe, vari pesci , balene ma anche alcune specie di squali in via d'estinzione. Uno degli ultimi report stimava infatti come tra il 2024 e il 2025 fossero circa 233 gli animali catturati dalle reti in maniera accidentale durante il periodo in cui le reti vengono calate (a ridosso dell'estate) e "solo" 24 gli squali bloccati.













