«Il sistema alimentare dovrebbe essere sottoposto a un governo etico, non economico o finanziario: riguarda il diritto alla vita. Nel Sud del mondo 800 milioni di persone non hanno accesso al cibo, nel Nord ne muoiono milioni per regimi sbilanciati. Il prezzo è deciso nelle Borse e gli anelli più forti della filiera impongono le regole ai contadini. Bisogna sostenere l’agricoltura migliore, che tutela la biodiversità e rigenera i suoli», dice Barbara Nappini, fiorentina, classe 1974, appena riconfermata presidente di Slow Food Italia. Ha preparato il suo manifesto per una «rivoluzione gentile», perché «è ora di fare politica, nel senso più alto». Che cosa significa? «Nella nostra assemblea si sono esercitate l’analisi e la riflessione per disegnare “Un’altra idea di mondo”. È stata una tappa importante: il nostro “Documento di Roma” è un’esortazione a un cambio di paradigma necessario e invoca un nuovo umanesimo. Il cibo è l’elemento che riconduce gli esseri umani alla terra, all’acqua, alla biodiversità, ma è anche cultura, condivisione e piacere. È la lingua che consente di conoscere il pianeta, dialogare con il prossimo e prendersene cura».

Come si traducono queste parole in scelte concrete per l’Italia e l’Europa? «Oggi si discute di una Pac che prevede un taglio del 22% alle risorse per l’agricoltura. L’Europa ha marginalizzato la produzione alimentare a favore degli armamenti. Più fucili e meno agricoltura, soprattutto quella migliore. Infatti i primi tagli, in un contesto di contrazione dei fondi, riguardano gli impegni obbligatori per clima e ambiente. L’Ue si candida a favorire politiche di guerra invece che costruire un sistema alimentare sostenibile in una crisi ambientale senza precedenti. In Italia stiamo fronteggiando una drammatica perdita di biodiversità e un consumo di suolo insostenibile nelle pianure, mentre colline e montagne soffrono l’abbandono. Il dissesto idrogeologico è cronaca ordinaria». Cosa chiedete a Bruxelles? «Politiche che non guardino con rassegnazione all’Agenda 2030 e che non rinneghino il Green Deal. La sovranità alimentare parte dal diritto delle popolazioni di decidere come nutrirsi e che agricoltura praticare. Quanto è necessario per le persone poter accedere a un cibo di qualità, nutriente, che non ammala ma cura, senza residui tossici, la cui produzione non ha implicato sfruttamento né danneggiato il Pianeta? La strada esiste: è l’agroecologia. Servono decisioni che sostengano i contadini in questa transizione». Nel documento invocate una prospettiva di lungo termine. Come si concilia con l’urgenza di cui parla? «Guardi che avere una prospettiva di lungo periodo non significa procrastinare, anzi. È con la volontà di garantire i prossimi secoli alle nuove generazioni che si percepisce l’urgenza di agire subito. Non è il Pianeta che deve essere salvato: siamo noi a rischio. Il cambiamento va avviato subito, anche con piccole scelte quotidiane che riverberano nella collettività come azioni politiche. Oggi, in una società individualista, provare interesse per l’altro e per chi vive all’altro capo del mondo è un approccio politico, quasi rivoluzionario». Trump però ha archiviato le politiche ambientali, e anche l’Europa sta rallentando sull’agenda green. «E sono molto preoccupata. Contrapporre agricoltura e ambiente è irresponsabile. Ci sono alternative: sistemi che integrano produzione e ambiente, tutelano la biodiversità, risparmiano risorse e rigenerano i suoli. Bisogna ridurre l’uso di chimica di sintesi e avere il coraggio di contrastare gli interessi delle lobby dell’agrobusiness. Il cibo è un diritto, non una merce».