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9 SETTEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 18:54

Una montagna russa di emozioni, per un giro finale che paga il conto di una gestione (tattica) fragile e incompiuta. Una squadra coesa e resiliente, ma con l’impressione di non aver espresso tutto il proprio potenziale. L’era di Gianmarco Pozzecco sulla panchina dell’Italia si è conclusa con l’eliminazione agli ottavi di finale di un Europeo che lascia tante perplessità. E la domanda sorge spontanea: cosa non è andato? “Non me ne frega un c***o di quale tipo di allenatore sono, non mi concentro sulla mia carriera, non mi importa cosa pensiate di me. Sono concentrato solo su di loro, e oggi sono molto triste perché li vedo soffrire, non perché ho perso. Come gli ho detto negli spogliatoi, nessuno li amerà quanto me. Magari troveranno un allenatore con lo stesso mio amore, ma non di più di me”. Perfetto riassunto di un quadro vivace, ma disordinato. Pozzecco lascia a modo suo, ma con tanti punti interrogativi. Trasportato da limiti evidenti che con il tempo si sono rivelati più forti del suo impatto emotivo.

Una cosa è certa: Pozzecco è stata la scossa emotiva di un movimento – quello cestistico – che prima del suo arrivo stava perdendo appeal. Con la sua presenza è riuscito a ridare dignità e passione creando un forte senso di appartenenza e un legame con i giocatori che difficilmente si vede in altri sport. Traghettatore emotivo e protagonista dai mille volti: con lui in panchina, gli Azzurri non si sono mai annoiati. E ogni suo gesto, o dichiarazione, è sempre stato motivo di dibattito. Così come sono state onorevoli (e per nulla scontate se pensiamo al mondo del calcio) le sue dimissioni nel post-partita. Decisioni forti di un allenatore che non si è mai voluto nascondere e non ha mai mentito. Ma il conto da pagare è un altro.