Ride la numero 1 del mondo Aryna Sabalenka, bielorussa in passato criticata per la sua (supposta) amicizia con il filoputiniano presidente Lukashenko ma di grande qualità tennistica e travolgente simpatia umana. Piange Amanda Anisimova, la ragazza del New Jersey, cresciuta in Florida, scampata alla depressione che dopo il 6-0 6-0 rimediato a Wimbledon da Iga Swiatek si fa sfuggire la seconda finale Slam consecutiva e non regge all’amarezza.
A Flushing finisce 6-3 7-6 in un’ora e 36 minuti per Aryna, che festeggia facendosi inondare (e inondando) di Moet & Chandon il suo team e i cameraman in una stanza resa impermeabile dal cellophan, e poi fra mille mossette si infila in un abito da sera e con i tacchi a spillo mostra orgogliosa la coppa.
Sono 75 anni dalla vittoria di Althea Gibson, prima afroamericana a conquistare uno Slam, e gli Us Open avrebbero tanto voluto festeggiare la sua ‘nipotina’ Coco Gauff, o premiare la risalita dall’inferno di Amanda, tornata alle gare nel 2024 dopo sei mesi di stop, invece la spunta la spumeggiante e non esattamente politically correct Aryna, comunque molto applaudita sull’Arthur Ashe, che conferma il titolo dello scorso anno - non capitava dai tempi di Serena Williams fra il 2012 e il 2014 - e il primato in classifica dopo una stagione a lungo deludente e fino a ieri senza acuti negli Slam.










