Carlo, mio figlio, amava ricominciare. Aveva quindici anni quando nel settembre 2006 tornammo a Milano dalle vacanze estive. Ricordo un senso di spensieratezza. I miei sentimenti, in particolare, erano di gioia e di serenità. Tutto avrei immaginato potesse capitarci tranne che quella tempesta che venne, inaspettata e violenta, a travolgere la nostra vita, a investirci come un improvviso temporale estivo.

L’ultimo giorno di scuola di Carlo fu il 30 settembre. Frequentava il liceo classico all’Istituto Leone XIII. Uscì particolarmente stanco. Decidemmo comunque di andare a pranzo fuori. Carlo volle poi andare a Messa. Lo assecondammo. Io e mio marito avevamo da qualche tempo scoperto la fede. L’avevamo scoperta grazie a lui. Prima che ciò avvenisse ero andata a Messa soltanto tre volte: il giorno del mio battesimo, il giorno della prima comunione e il giorno del matrimonio. E così, di fatto, anche mio marito. Non che fossimo contrari alla fede, semplicemente ci eravamo abituati a vivere senza.

Il giorno dopo a Carlo salì la febbre. A cena, d’improvviso, se ne uscì con questa frase: «Offro le mie sofferenze per il Papa, per la Chiesa, per non fare il Purgatorio e andare dritto in Paradiso». Lì per lì pensammo che ci stesse prendendo in giro. Era sempre allegro e giocoso. La febbre, fra l’altro, anche se non accennava a diminuire, non peggiorava. Sabato 7 ottobre si svegliò presto. Voleva andare in bagno, ma si accorse che non riusciva a muoversi. Era colpito da una importante forma di astenia. Lo portammo alla Clinica De Marchi. Come se fosse oggi mi tornano alla memoria le parole che ci disse il primario poco dopo i primi esami: «Carlo è stato colpito, senza possibilità di dubbio, da una leucemia di tipo M3 o leucemia pro mielocita». Quando ci lasciò soli, Carlo riuscì a rimanere sereno. Ricordo che ci fece un grande sorriso e ci disse: «Il Signore mi ha dato una sveglia!».