La battaglia su Google è l’ennesimo capitolo, ma non sarà l’ultimo. L’accordo sui dazi, raggiunto faticosamente da Ursula von der Leyen dopo il pellegrinaggio di fine luglio nel resort scozzese di Donald Trump, mostra una coda avvelenata. Nemmeno il tempo di presentarcelo quale rospo da ingoiare in nome del meno peggio, celebrando una presunta «stabilità transatlantica», e il quadro s’è di nuovo destabilizzato. Con un attacco che mira dritto alla sovranità dell’Europa, il presidente americano ci ha minacciato infatti di nuovi dazi «aggiuntivi e sostanziali» come ritorsione contro la nostra legislazione digitale. Il tycoon ha spazzato via così le nebbie in cui Bruxelles tentava di avvolgere la capitolazione di Turnberry. Ha dimostrato, una volta in più, che le sue tariffe non seguono una logica economica, essendo piuttosto un’arma ibrida.
I dazi Usa e la difesa delle leggi
Venerdì Trump ci ha minacciato di ulteriori dazi, dopo che l’Unione ha imposto una multa di 2,95 miliardi di euro a Google per violazione delle leggi anti-monopolio







