Con Giorgio Armani se n'è andato "un pezzo di bellezza della vita", ma la sua eredità travalica la moda: "Dovremmo usarlo come modello di umanità in questi tempi esagerati, litigiosi e rancorosi" dice il regista Gabriele Salvatores dopo aver dato l'ultimo saluto allo stilista, ma soprattutto amico, morto il 4 settembre.

"Ha amato i milanesi e loro lo hanno ricambiato: era un riferimento, una stella polare che non vedi ma c'è", sottolinea Salvatores, in completo Armani, che all'uscita dalla camera ardente del re della moda parla anche del Leoncavallo e dell'importanza di manifestare in sua difesa.

"È strano farlo qui - dice conversando con i giornalisti - Una volta si diceva che il Leoncavallo era controcultura, ma contro o meno era comunque cultura". Proprio la cultura è stata l'elemento che ha legato Salvatores e Armani. "Giorgio non faceva il regista, non era questo il suo mestiere, ma la sua visione era molto più ampia della moda - prosegue il premio Oscar -. Diceva che la vita è un film e i suoi abiti i costumi di questo film, ed era così". Il primo incontro tra lo stilista più amato da Hollywood e il regista di Mediterraneo e tanti altri film di successo, tra cui Marrakech Express, Io non ho paura e Nirvana, risale ai tempi dell'Elfo Puccini. Era l'inizio degli anni Settanta e Salvatores faceva parte di quel gruppo di attori, ancora oggi anima artistica della cooperativa, che si esibiva sui palcoscenici dei centri sociali come il Leoncavallo.