In Italia al bar ci andiamo per due motivi: per un caffè o per bere. E magari dimenticare. Alzi la mano chi non si è mai appoggiato in modo goffo a un bancone, in compagnia di un amico o un’amica, per mettersi alle spalle una delusione professionale, sentimentale o per cancellare una giornata storta. Il gin tonic o il negroni sono compagni di viaggio imprescindibili in queste traversate, in solitaria, nel dolore. Ma c'è chi del bar trasformato in muro del pianto ne ha fatto un trend. Scordatevi i piattini e le tazzine di caffè poggiate sui quotidiani che riposano sui tavoli, scordatevi anche le partite a carte tra canuti fino all’ultima briscola mentre due birre ghiacciate arrivano su un vassoio della Cinzano arrugginito.
Dall’oriente più estremo potrebbe arrivare una nuovo modo di intendere il ritrovo preferito da buona parte degli italiani. A Tokyo infatti spopolano da qualche tempo i Crying Café, locali pensati per chi vuole sfogarsi e versare lacrime. L’indicazione all’ingresso è piuttosto chiara: “Negative people only” (“Solo persone tristi”) il resto della ciurma può restare fuori a svagarsi. Il fenomeno ha radici profonde che affondano nel rito del rui katsu, il pianto collettivo che dalle parti del Sol Levante viene esercitato anche all’interno delle aziende. Un incontro fissato in agenda in cui ci si mette a nudo vomitando i problemi, ascoltando quegli degli altri, il tutto piangendo.







