Questo è un pezzo per raccontare quel che ha fatto Giorgio Armani per lo sport. Cose importanti e illuminate. Ma prima un inciso. Quando muori sei sempre più bello. Più buono. Più bravo. E la cosa dura fino a quando muore qualcun altro che in un attimo diventa più bello. Più buono. Più bravo. E pensiona quello precedente. Il problema è che tu, ormai all’altro mondo, non ti godi la celebrazione perché, appunto, sei all’altro mondo. Questa cosa tra l’altro capita generalmente solo ai vip, sfruttati alla grandissima da noi che ancora respiriamo per raccattare consenso alla faccia del trapassato. E allora il selfie col morto («qui è quando mi aveva invitato a Monte Carlo...»). L’aneddoto col morto («Quante risate quella sera...»). La confidenza sul morto («mi stimava molto...»). Il post social di dubbio gusto sul morto («Rip. E salutaci Fiorucci»). L’articolo pomposo sul morto (tipo questo). E il conseguente e imbarazzante svilimento del morto.
SCARPETTE ROSSE Nelle prossime e perdibilissime righe non proveremo a convincervi su quando fosse bello/buono/bravo Giorgio Armani (ne sappiamo quanto voi), ma su quanto sia stato “grande” nel voler dedicare spazio, tempo e grano (tanto) a una delle sue grandi passioni: lo sport appunto. «Facile, era ricco come Paperone», direte voi. E invece no, è tutta una questione di priorità. Giorgio Armani a un bel punto della sua vita ha deciso di buttarsi nel basket, anzi sul parquet, quello della gloriosa Olimpia Milano, e non l’ha fatto con la tracotanza tipica dell’imprenditore che sfrutta il pallone per farsi bello- non ne aveva bisogno- ma solo per coltivare la sua passione.











