«Quando ero giovane uscivamo dalla guerra, le palestre erano uno stanzone con la corda, il cavallo e il quadro svedese» ha detto Giorgio Armani: poche parole, essenziali ed eleganti come un suo abito che sarebbe meglio definire creazione, e che raccontavano lo sport di quegli anni. Che poi era il calcio in cortile o all’oratorio, la bici che serviva più come mezzo di trasporto che non come attrezzo sportivo: la corda era la pertica, che nelle palestre più attrezzate era anche di legno e pendevano vicine di soffitto; il quadro svedese chissà se in Svezia lo conoscevano. Gli spilungoni, che adesso sono richiestissimi in ogni casting sportivo, giocavano a basket. Anche il fratello di Re Giorgio era un cestista: per questo l’artista della moda considerava «la pallacanestro lo sport di famiglia».
Armani: «Nella mia vita ho dimenticato me stesso, non fatelo. Non dimenticate chi avete a casa, c'è bisogno di avere persone a fianco» VIDEO
E una famiglia ne ha fatto: quella dell’Olimpia Milano, una delle squadre più vincenti in Europa, 31 scudetti sul parquet, nata come Dopolavoro Borletti, dunque già con un certo legame tra l’impresa e i suoi lavoratori, aveva indossato le scarpette rosse della Simmenthal e aveva, dal 2004, Armani come main sponsor e poi direttamente come patron dal 2008, proprio l’anno che Danilo Gallinari tentò la conquista dell’America. Armani disegnò e cucì la conquista dell’Italia, che avrebbe portato a termine ben sei volte tra il 2014 e il 2024, infilando nella collezione coppe e supercoppe, con la complicità di coach Ettore Messina. «Io _ diceva Armani _ sarei stato playmaker». Lo era nel credere ai fondamentali dello sport, «che ha sempre _ è un altro suo pensiero _ la capacità di emozionare, di stupire, perché è vero, è un ambito in cui ci si impegna e poi vedi davvero lo sforzo e il risultato». Sì, sarebbe stato playmaker, come lo è stato nel lavoro suo, che poi è arte.










