Il problema, da questa parti, è che gli uomini che dicono di essere in missione per conto degli dei del tennis, sono tre. Il vecchio e il bambino, Djokovic e Alcaraz, si cannibalizzano l’un l’altro stasera: il Djoker cerca di intestarsi lo Slam n.25, Carlitos punta al sesto nella città che gli ha regalato il primo, e non gli dispiacerebbe la primizia assoluta di vincere senza perdere set per strada. Poi c’è Sinner, che nella notte sbrigherà la pratica Auger-Aliassime in semifinale. Il prime time Usa sul centrale non gli crea turbamento, nei quarti ha trattato Musetti come un estraneo, altro che derby («Non sono entrato pensando di sfidare un italiano, sono entrato pensando: ho davanti il n.10 del mondo»). L’unica alzata di sopracciglia, tra i tre game lasciati a Bublik e i sette a Musetti, gliel’ha provocata un tentativo di furto mente firmava autografi a bordo campo: «Non mi era mai successo — ha osservato —, mi sono preoccupato perché nella borsa, oltre alle racchette, tengo cellulare e portafoglio. Ho controllato: c’era tutto».