“Sarà per sempre Emilio Fido”, così, in incipit del coccodrillo che in realtà è una seconda esecuzione non necessaria, dopo quella inflitta dalla sorella siamese di noi tutti da quando nasciamo, la morte. È la de-umanizzazione letterale dell’avversario, nemmeno elevato a Nemico inconciliabile, ma scarnificato a oggetto di scherno e pretesto per la propria prosa narcisistica qui e ora, dove lui non c’è più.
La Repubblica, con la firma di Francesco Merlo, ha ampiamente vinto la gara al ribasso della piccineria umana e professionale di fronte alla scomparsa di Emilio Fede. Diciamo che è stato tutto il tinello giornalistico (molto) radical e (poco) chic a non concedere l’onore delle armi a un campione indiscusso della categoria, piaccia o no (sempre che la notizia valga ancora più della loro paturnia ideologica).
Ma il Merlo scrivente è andato oltre, indugiando sul “corpaccione finale, deformato dagli eccessi della chirurgia plastica” che infine “ha staccato il simbolo dalla zavorra della realtà ed è morto”, il trapasso quasi come un atto di pulizia estetica, non come il compimento di quella tragedia tutta individuale che Martin Heidegger chiamava “imminenza sovrastante specifica”, e in cui sarebbe decoroso non entrare, specie per titillare il proprio Io. È l’Altro, che viene a mancare, ma per Merlo è solo colui che “riassume tutti i fidi giornalisti a servizio che ci sono nel mondo”, immaginiamo compreso i tanti fidi di Repubblica, da sempre al servizio del giornale-partito. Oh certo, Fede-Fido aveva l’irredimibile torto di essere “un mutante berlusconiano” (scrive proprio così, il Merlo buono e giusto, teorizza espressamente la condizione di alieno dal consesso umano dello scomparso) per cui “cambiarsi i connotati diventerà una dipendenza”. Quella da gioco non basta, rischia ancora di essere involontariamente nobilitante, e allora bisogna ricamare su “lampade abbronzanti, botulini, bisturi, trapianti di capelli, lifting, devastazioni accompagnate dalle solite sparate”: non è un ritratto per quanto malevolo, è scempio di cadavere. E un po’ anche dell’anima: si passa dalla rievocazione del nomignolo “ammogliato speciale” quand’era in Rai (la moglie Diana era la figlia del vicepresidente Italo De Feo) all’approdo al mondo di Berlusconi “come si arriva alla resurrezione di Cristo”, con Silvio “grande timoniere” e “la famiglia, da Marina a Barbara” che era “la sua cupola” (parola-chiave fin troppo smaccata, tra un’allusione e l’altra alla sicilianità).













