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3 SETTEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 13:14
Basta l’altolà degli Stati Uniti per far chinare la testa a Matteo Salvini, che fino a 6 agosto non aveva dubbi sul fatto che il ponte sullo stretto di Messina potesse rientrare nelle spese Nato. “Chche dunque ci sia uso multiplo anche per motivi di sicurezza, è evidente, è nelle cose”, diceva il vicepremier il 6 agosto, subito dopo la riunione del Cipess che ha dato il via libera al progetto. Oggi, a poche dalle parole dall’intervista a Bloomberg in cui l’ambasciatore Usa alla Nato Matthew Whitaker ha fatto presente che la contabilità creativa non è apprezzata, il ministero delle Infrastrutture guidato dal leader leghista fa sapere che l’opera da almeno 13,5 miliardi “è già interamente finanziato con risorse statali e non sono previsti fondi destinati alla Difesa”, per cui “al momento, l’eventuale utilizzo di risorse Nato non è all’ordine del giorno e – soprattutto – non è una necessità irrinunciabile“.
Una marcia indietro smaccata rispetto alle intenzioni esplicitate nei mesi scorsi. Basti dire che all’inizio aprile, nel report sui “Motivi imperativi di prevalente interesse pubblico” (Iropi) dell’infrastruttura, il governo Meloni aveva messo nero su bianco che il ponte “si inserirebbe perfettamente” nel Military Mobility Action Plan dell’Unione europea “per rafforzare la capacità di spostamento rapido delle truppe all’interno del continente”, fornendo “un’infrastruttura chiave per il trasferimento delle forze Nato dal Nord Europa verso il Mediterraneo”, e darebbe quindi “un contributo significativo alla sicurezza nazionale, garantendo mobilità efficiente e tempi di reazione ridotti sia per le forze di sicurezza civile sia per quelle militari”. Poco importa se un ponte da 3,3 km è un facile bersaglio per ipotetiche forze straniere intenzionate ad attaccare.







