Tromba, flicorno e bandoneón. Nel 2016, Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura misero in note jazz il Laudario di Cortona. Una delle produzioni più complesse del trombettista sardo, impegnato a dar vita a quelle lodi medievali considerate tra le più importanti testimonianze dell’espressione musicale sacra di estrazione popolare del XIII secolo. I laudari arrivati fino a noi sono quattro preziose opere in pergamena con caratteri gotici e senza miniature. Per la prima volta, sono stati raccolti ed esposti insieme fulcro della mostra «Cantare il Medioevo. La lauda a Cortona tra devozione e identità civica» in corso al museo Maec (fino al 5 ottobre) della cittadina aretina. Il codice 91 è il più conosciuto e insieme al manoscritto 462 proviene dalla Biblioteca cortonese e dell'Accademia Etrusca. Il manoscritto 180 arriva dalla Biblioteca Città di Arezzo e il manoscritto 535 dalla Biblioteca Trivulziana di Milano. Databili in alcuni casi fino a fine Duecento, i testi sono importanti per lo studio della nascita della lingua italiana e della poesia in lingua volgare. All’epoca, il cantar laude costituiva una pratica di carattere devozionale diffusa soprattutto a livello popolare. Il codice 91 è considerato il Laudario di Cortona per antonomasia, contiene 66 laudi, di cui 44 con musica. Fu scoperto nel 1874 dal bibliotecario Girolamo Mancini, era in stato di abbandono in un sottoscala della Fraternita di Santa Maria delle Laude della chiesa di San Francesco e fu portato alla biblioteca cortonese. Gli argomenti trattati spaziano dalle lodi in onore di Maria («Alta vergene beata», «Regina Gloriosa») agli inni alla povertà promossi dal nuovo ordine francescano, dalle celebrazioni per l’anno liturgico (Natività, Epifania, Pasqua, Pentecoste) alle laudi di devozione per Sant’Antonio da Padova e San Michele.