InterventoIl settore agroalimentare è una formidabile leva di politica estera e uno strumento di cooperazione e pace fra i popolidi Massimiliano Giansanti2 settembre 20254' di lettura4' di letturaL’Europa deve uscire da un dubbio che oggi è al centro del dibattito politico ed economico: intende essere tra coloro che stanno definendo i nuovi meccanismi e determinando gli equilibri di un nuovo assetto internazionale oppure - per riprendere un’immagine utilizzata nel discorso di Marsiglia dal presidente Mattarella - essere “vassalli felici”?Dopo la guerra, statisti lungimiranti hanno definito i valori fondamentali che hanno portato alla Ue. Oggi, tuttavia, l’immagine è quella di un “condominio” di 27 condòmini che discutono, litigano, relegando l’Unione ai margini delle dinamiche internazionali. Siamo di fronte a un nuovo mondo che Cina e Stati Uniti stanno costruendo senza il Vecchio Continente.Nei giorni scorsi, il presidente Mario Draghi e altri esponenti hanno lanciato un accorato appello per un’Europa forte e autorevole: per ripartire da un sano pragmatismo e, con il coraggio necessario, dare un nuovo impulso affinché l’Unione possa dare certezze e garanzie a cittadini e imprese e parlare con una sola voce che interpreti al meglio l’interesse comune. In questa sfida, i corpi intermedi sono davvero “uno strumento straordinario” - come hanno sottolineato in un’iniziativa di Confagricoltura al Meeting per l’amicizia fra i popoli, il Commissario Ue Raffaele Fitto e l’ex premier Enrico Letta - che possono fornire un contributo allo slancio ed evitare un affievolimento del sentimento europeista che è alla base della nostra economia e della nostra vita di oggi, come tra l’altro ribadito anche da Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, alcuni giorni fa.Come Confagricoltura, siamo fermamente convinti che occorra ragionare con una strategia ampia e a lungo termine, capace di immaginare il futuro e di definire strumenti e percorsi di crescita. Al governo italiano, a cui mancano due anni e mezzo alla fine della legislatura, abbiamo dato spunti ed elementi per delineare le strategie necessarie alle imprese per essere maggiormente competitive, non subire le dinamiche internazionali, bensì esserne protagoniste. Noi abbiamo rafforzato il nostro impegno per garantire non solo sicurezza alimentare, ma produzioni di altissima qualità, in linea con le nuove esigenze dei consumatori, con un approccio favorevole all’innovazione e alla tecnologia per preservare le risorse naturali e migliorare le condizioni di lavoro. Per continuare a costruire un modello agricolo performante, sostenibile e caratterizzato da lavoro sempre più qualificato, occorrono ulteriori investimenti e un approccio europeo diverso. Ci mancano poi elementi importanti, come infrastrutture adeguate, un accesso più semplice alla manodopera extra Ue, solidità e stabilità nelle relazioni commerciali. È arrivato il momento di individuare solide soluzioni per incrementare la nostra produttività, a partire dai progetti del Pnrr da concludere entro la prossima primavera a quelli post 2026. Ci aspettiamo una forte concertazione per individuare i percorsi migliori.In relazione ai dazi americani, confido ancora in un intervento del governo a difesa dell’agroalimentare italiano, che è la prima voce del Pil e che non può essere vittima di un accordo così penalizzante. C’è un settore, l’agricoltura, che ha sempre dato garanzie all’Europa - si pensi al periodo del Covid - e ha sempre pagato il conto alla fine della giornata: su tutti i trattati internazionali, quando c’era da chiudere un’intesa, il settore primario è stato sempre la Cenerentola. È arrivato il momento di dire basta. Nell’accordo tra Usa e Ue c’è infatti scritto in maniera chiara che l’Europa si impegnerà ad aumentare le importazioni dei prodotti agricoli dagli Usa. É bene sottolineare con forza che non possiamo proprio permettercelo: da una parte paghiamo i dazi e dall’altra dobbiamo anche aumentare le importazioni, non sempre in linea con i nostri standard di sicurezza e di qualità. Allora, o si dice che l’agricoltura italiana ed europea non servono più, e dovremo farcene una ragione - pur non essendo d’accordo e continuando a batterci per tutelare i nostri agricoltori - o, al contrario, chiediamo da parte del legislatore europeo maggiore attenzione, perché non può essere sempre solo l’agricoltura a pagare il conto. Pensiamo alla precedente amministrazione Trump e ai dazi del 20% imposti al vino francese e spagnolo: ne era derivata una contrazione delle vendite del 24%. Se andiamo per analogia, questo significa che noi avremo una diminuzione di vendite di vini italiani, vini europei, formaggi italiani, formaggi europei, pasta e tutti i nostri prodotti agroalimentari probabilmente della stessa percentuale; oppure, un minore valore aggiunto per tutta la filiera. Ma un’eventuale flessione del valore aggiunto è un prezzo che non possiamo permetterci. Si tratterebbe, infatti, di un arretramento a fronte di un impegno concreto che l’agricoltura ha saputo dare in termini di sostenibilità: un contributo tangibile sul quale i cosiddetti corpi intermedi hanno investito, costruendo non solo una nuova sensibilità condivisa e ormai necessaria per operare nell’economia di oggi, ma anche elementi di crescita basati sulla formazione, l’innovazione, il lavoro, il welfare, il forte legame con i territori.
«Le imprese agricole possono essere decisive per la forza dell’Ue»
Il settore agroalimentare è una formidabile leva di politica estera e uno strumento di cooperazione e pace fra i popoli
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