Non chiamatele più havaiane, perché con una accorta politica di marketing le infradito avrebbero i titoli per essere chiamate «le siciliane», «le romane», o addirittura «le imperiali»: ora lo testimonia anche un mosaico della Villa del Casale di Piazza Armerina, nella Sicilia centrale. Ricoperta da una frena nel Medioevo - il che secondo Artnet contribuì a preservarla - la Villa tornò alla luce nel XIX secolo anche se gli scavi degli specialisti veri iniziarono solo negli Anni Cinquanta del Novecento. Oggi i ricercatori stanno sfruttando le nuove tecnologie per comprendere meglio la proprietà. Il sito è patrimonio Unesco e quest'anno è stato oggetto dello studio di Isabella Baldini, archeologa dell'Università di Bologna che ha diretto la quarta edizione della Summer Series ArchLab: fino a 40 studenti di archeologia provenienti da undici Paesi per un lavoro sul campo in Italia, in collaborazione con il Parco archeologico, l’Università di Bologna e il Consiglio nazionale delle ricerche.

Il mosaico in questione è di epoca tardo-imperiale romana e decora il fondo di quella che allora era una piscina. Per la precisione quella del frigidarium, la stanza fredda di un complesso termale che comprendeva anche una sala massaggi, un bagno e una palestra. La villa in cui si trova, secondo l'Unesco, contiene alcuni tra i «i mosaici più belli del mondo romano»: infradito a parte, vale la pena ricordare la famosa scena della caccia di animali esotici da esibire nei circhi romani e soprattutto le celebri «Ragazze in bikini» con le dieci donne impegnate in attività sportive. Si ritiene che i mosaici non fossero solo opere d'arte, ma anche istruzioni rappresentative e ispiratrici per lo scopo di ogni stanza: nella sala massaggi, per esempio, c'è un uomo raffigurato mentre gli viene fatto un massaggio con olio. Così, forse, anche la collocazione di queste infradito raffigurate in bell'evidenza nell'area piscina, come si vede nella foto, potrebbe rappresentare una norma simile a quelle degli impianti sportivi di oggi: non camminare a piedi nudi ai bordi delle piscine, appunto. Va detto che questo tipo di sandali appare anche altrove nel mondo antico. Meredith Shelby, in un post della Johns Hopkins University, scriveva già qualche anno fa che il design delle infradito risaliva «agli antichi egizi». In generale i romani indossavano abitualmente sandali: i soldati portavano caligae dalla suola spessa, i civili soleae più sottili. «La ciabatta infradito - spiega la professoressa Baldini su Artnet - è un motivo ricorrente nelle terme tardo-romane, attestato anche in Spagna, Cirenaica, Cipro, Giordania e Asia Minore: e, come in altri casi, la raffigurazione di un tale soggetto serve a caratterizzare l'edificio in questione nella sua dimensione aristocratica e internazionale».