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Era stato Gratteri a smascherare per primo le storture del reddito M5s: "Così i boss spolpano risorse pubbliche"

Un merito al candidato M5s Pasquale Tridico va dato: le sue promesse elettorali su un fantomatico "assegno di inclusione" da 500 euro riaccendono i riflettori sui guasti che il Reddito grillino ha prodotto, soprattutto al Sud. Lo dicono le indagini della magistratura e il lavoro della Guardia di Finanza, che nel 2024 e nei primi cinque mesi del 2025 ha rintracciato altri 27.623 furbetti che hanno aggirato la misura di welfare pensata bene per scopi nobili nel 2019 ma scritta malissimo, con un automatismo e nessun controllo preventivo. Al di là di chi pagherebbe questo "reddito di dignità, collegato fortemente a utilità pubblica e politiche attive", su cui l'ex presidente dell'Inps rimane per ora vago (la Ue, lo Stato o la Regione? E chi controlla?) quel che colpisce è stata la scarsissima vigilanza dell'Istituto di previdenza guidato dal candidato governatore sugli assegni, finiti più ai boss che ai poveracci che avrebbero dovuto emanciparsi dalle mafie. La Corte dei Conti ha stimato un danno di 1,7 miliardi, 900 milioni tra il 2019 e il 2020 e 800 milioni tra il 2021 e 2022. Eppure, lo aveva detto l'allora procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri - di cui si era ipotizzata una discesa in campo con il centrosinistra - sarebbe bastato un controllo incrociato con Prefetture e magistratura per spuntare i veri poveri ed evitare "la beffa del boss con il Suv da 80mila euro che a scuola elemosina il tablet alla figlia", disse lo stesso Gratteri qualche tempo fa, aggiungendo: "In ogni indagine antimafia che abbiamo fatto, abbiamo sempre trovato sette, otto, dieci, trenta persone che cambiavano residenza da un giorno all'altro per avere un Reddito di cittadinanza a cui non avevano diritto".