Stai utilizzando Internet Eplorer: è un browser molto vecchio, non sicuro, e non più supportato neanche da Microsoft stessa, che l'ha creato.

Per favore utilizza un browser moderno come Edge, Firefox, Chrome o uno qualunque degli altri a disposizione gratuitamente.

Donald non parla del vertice cinese. Usa più soli sulla scena mondiale. "Incontro Putin-Zelensky improbabile"

Un'occasione d'oro servita su un piatto d'argento a Xi Jinping, il leader neo maoista che si è votato a trasferire nelle mani della Cina (e quindi in quelle del suo onnipotente partito comunista) l'egemonia globale ancor oggi detenuta dagli Stati Uniti. Occasione e piatto sono gentile omaggio di Donald Trump, il convitato di pietra del vertice euroasiatico in corso a Tianjin. Il presidente americano è fisicamente assente, e ben si comprende, essendo questo evento riservato alle potenze che ambiscono a sovvertire l'attuale ordine mondiale: ma nel summit cinese si parla soprattutto di lui.

Di lui e dei grossolani errori geostrategici che va incolonnando, a tutto vantaggio dei suoi rivali autocratici sempre più ringalluzziti. Dei dazi assurdamente imposti a Paesi storici alleati dell'America dall'Europa fino alla Corea del Sud e al Giappone e a quelli che, come l'India in primo luogo, dovrebbero essere trattati con i guanti da Washington, vista la loro preziosa funzione di contrappeso verso la Cina e potenzialmente la Russia. Dell'instabilità che va seminando nel mondo, segando il ramo dell'albero secolare su cui poggia l'egemonia globale del suo grande Paese che spergiura di voler fare sempre più grande: un'instabilità provocata da quei dazi che permettono ai mercantilisti rossi di Pechino di recitare la parte dei difensori del libero mercato e Ronald Reagan si rivolta nella tomba ma anche dai colpi illogicamente assestati da Trump alle stesse alleanze internazionali che permettono all'America di essere (ancora) grande per davvero.