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Il regista Artale entra a fondo nell'illegale (e ambiguo) mondo arabo di Marsiglia
da Venezia
Uscito una quindicina di anni fa, Un prophète, di Jacques Audiard, rivoluzionò a suo modo quello che era il cosiddetto cinema "penitenziario", ovvero ambientato entro le quattro mura di un carcere. Lo arricchì di un sapiente gioco di rimandi, come dire, etnici, la solidarietà fra corsi e quella fra arabi, la variante zingara, rimise in discussione gli elementi classici dei cosiddetti "legami di sangue" criminali, onore, fedeltà, gerarchia, lo liberò della claustrofobia insita in una logica di spazi chiusi, permettendo attraverso lo strumento della semilibertà, un sapiente gioco di dentro e fuori, meglio ancora, del dentro carcerario che guida e strumentalizza il fuori quotidiano, la vita che intanto continua il suo corso. Nella versione italiana del titolo, quell'articolo indeterminativo saltò, trasformandosi, non si sa bene il perché, in Il profeta.






