Più delisting che Ipo, e gli «arrivederci» arrivano ormai, in alcuni casi, dopo soli uno-due anni dal suono della campanella. La cura dimagrante dell’Egm prosegue, incoraggiata dal private equity, che alza l’asticella del premio storico, spinto nella prima parte dell’anno a una punta del 27% rispetto una media del 20%. Per certi versi, si tratta di un segnale di maturità del segmento, che al contempo registra un’accelerazione dell’M&A tutto interno al listino (50 operazioni nel primo semestre contro le 42 della prima metà del 2024, raddoppiando il controvalore, pari a 312 milioni). Ma, nonostante questo, l’appeal resta incerto: gli scambi restano limitati, in alcuni casi i delisting-lampo sembrano addirittura disorientare i piccoli investitori, mentre la liquidità tocca un altro minimo storico. Solo sulle Ipo si registra un cambio di passo degno di nota (8 tra luglio e agosto, dopo averne conteggiate solo 6 nei primi sei mesi), mentre il Governo prova a correre ai ripari, con l’avvio, ormai imminente, del Fondo nazionale strategico (Fngs).
Anche in questa prima fase del 2025 sono proseguiti i delisting dell’Egm, confermando la tendenza in atto l’anno scorso e l’anno precedente. Ma qual è il «prezzo» di questa stagione? A domandarselo, mettendo in fila i prezzi pagati per le exit, è un recente studio di KT&Partners. I delisting sono stati nell’ultimo triennio spinti per la maggior parte da operazioni di M&A e consolidamenti strategici, piuttosto che da fallimenti di mercato. E dopo le 28 uscite registrate nel biennio 2023-24, 16 società sono uscite dall’Egm nei primi 8 mesi (due in più delle Ipo), superando il record del 2024,






