È nella tappa 11 da Marostica a Zoldo Alto, 150 km con in mezzo la scalata del Duran, che Paolo Savoldelli chiarisce che cosa è venuto a fare al Giro d’Italia numero 88. Nella bagarre tra Danilo Di Luca, Ivan Basso, Damiano Cunego e Gilberto Simoni decide, dopo aver tenuto la ruota di Basso, di fiondarsi in una delle sue proverbiali picchiate. Del resto, non è un caso che gli abbiano affibbiato il soprannome di «Falco». Precisione, rapidità, la capacità scientifica di piegare la curva, condurla sul filo, appena al di sotto del limite. «In discesa era fortissimo, mai visto uno così — ricorda Ivan Gotti — ma Paolo era un corridore completo, sapeva gestire la bicicletta e puntare dritto all’obiettivo che per tutti noi, a quell’epoca, era uno solo: vincere il Giro». Savoldelli ci era già andato vicinissimo nel 1999 e poi c’era riuscito nel 2002. A 32 anni era, quella Corsa Rosa, forse l’ultima occasione dopo anni difficili, fatti di stop e di incidenti. Niente Giro nel 2003 né nel 2004.