Breve racconto della costa sarda tanto amata da Marta Marzotto. Tra party, principesse, miliardari e smeraldi a colazione. Poi, negli anni 90, il cambiamento. L’arrivo dei parvenue e la fine di un mito
Arianna Galati
Un Canaletto in barca, feste con gigli bianchi in spiaggia, bagni nudi. E gli smeraldi a colazione, simbolo di cosa è stata la Costa Smeralda per Marta Marzotto. Anzi, di Marta Marzotto. Bellezza infinita, natura incontaminata e una vita sociale che non si fermava mai, ebbe a scrivere la stessa indimenticata protagonista della storia culturale italiana nella sua autobiografia del 2016. “Se è vero che la Costa Smeralda non sarebbe nata senza l’Aga Khan, è altrettanto vero che senza la Contessa sarebbe cresciuta mettendosi le dita nel naso”, sintetizzò una volta il giornalista Pietrangelo Buttafuoco. Una descrizione accurata dell’effetto che Marta Marzotto ebbe nel plasmare l’humus fertile della costa nordorientale della Sardegna, disegnando un futuro non scevro di contraddizioni. Come era lei, naturalmente: la mondina diventata contessa, la donna del popolo che rivoluziona il jet set. L’ascensore sociale esisteva, nel lungo dopoguerra, e sapeva funzionare benissimo.
Un rapporto profondo, sincero, con una Costa Smeralda da sogno pieno di pace. Uno dei pochi posti al mondo con un anno di nascita, il 1962, a certificare un battesimo ufficiale. Governata solo da un certo illuminismo architettonico, e da un afflato ambientalista che non voleva turbare la meraviglia orografica della zona, la Costa Smeralda fu l’invenzione culturale più apprezzata della seconda metà del Novecento, epoca in cui tutto sembrava possibile. Specialmente con patrimoni come quelli dell’Aga Khan e degli imprenditori confluiti nel Consorzio Costa Smeralda che aveva creato dal nulla il mito, una Genesi di cui Marta Marzotto fu protagonista indiscussa.







