Caro direttore, le reiterate minacce del politburo moscovita di bombardare le capitali europee sarebbero giustificate, si fa per dire, se l'occidente avesse espressa per primo l'intenzione di radere al suolo Volgograd, Mosca, San Pietroburgo. Il fatto che non ci siano dichiarazioni di ostilità né mediatiche, né istituzionali significa che le reazioni farneticanti della Russia sono frutto della propaganda interna per giustificare il fallimento del sistema socio-economico russo. Non occorre essere uno studioso di Freud per capire il comportamento paranoico dei dirigenti putiniani, i quali dovrebbero rendersi conto che soffiare sulla brace atomica, una volta riattizzata, colpirebbe per primo il suolo sovietico.
Leonardo Agosti
Cadoneghe (Pd)
Caro lettore, c'è un tragica simmetria tra ciò che accade tra Mosca e Kiev e ciò che accade tra Tel Aviv e Gaza. Ed è rappresentata dalla presenza di due leader, Netanyahu e Putin e dai circoli di potere a loro più vicini, che non hanno alcun interesse a far finire la guerra in cui hanno impegnato i loro paesi. Perché il loro ruolo, la loro capacità di influenza interna ed internazionale sono strettamente legate alla continuità del conflitto. Guardiamo la Russia. Il sistema economico e sociale oggi è drogato dalle esigenze belliche: gli ordini di mezzi e materiali militari hanno sostenuto in questi anni il sistema produttivo e i dati sul Pil. Nel momento in cui finirà la domanda proveniente dalla Difesa, cosa accadrà? Non solo. Per garantire un costante afflusso di soldati al fronte, il Cremlino è stato costretto a alzare notevolmente il livello degli stipendi dei militari. Oggi un soldato guadagna in media 59mila euro l'anno, una cifra impensabile per la stragrande maggioranza dei russi, soprattutto per gli abitanti delle regioni più povere e periferiche. E se un soldato muove la famiglia riceve l'equivalente di 28 anni di stipendio. Ebbene, quale sarà l'impatto sociale che determinerà il ritorno dal fronte di centinaia di migliaia di uomini e la fine di questi super salari? Inoltre: anche se non esistono dati ufficiali, si calcolano in centinaia di migliaia le vittime russe della guerra con l'Ucraina. Un sacrificio enorme che anche per un dittatore Putin non sarà facile giustificare con i "risultati" di un accordo di pace che sarà inevitabilmente il risultato di un compromesso. È vero che la Russia è un regime ferreo, in cui non esiste opposizione nè informazione indipendente, ma è comunque elevato il rischio che la stabilità del sistema di potere putiniano venga messa a rischio dalle tensioni che il clima post-bellico potrebbe alimentare. Seppur per ragioni un po' diverse, anche Netanhyau ha nella guerra il più forte alleato per la sua permanenza al potere e alla guida di Israele. La prosecuzione del conflitto e lo stato di emergenza costante, consentono al capo del governo di accentuare la sua presa sul Paese e sulle sue istituzioni, mentre l'opposizione appare confusa e divisa. In Israele si dovrebbe votare nel 206 per il rinnovo della Knesset, il parlamento. Netanhyau è ha tutto l'interesse ad arrivare a quella data senza fare concessioni ai palestinesi, per poter contare sull'appoggio dei decisivi partiti degli ebrei ultraortodossi. E la guerra continua.











